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IL CASO BATTISTI E LA GUERRA CIVILE DEGLI ANNI ’70

Gen 15, 2019 | articolo

[il presente scritto è scaricabile anche in formato pdf da qui]

La cattura di Cesare Battisti riapre una pagina torbida e ancora misconosciuta del nostro Paese, quella degli anni ’70, definiti “gli anni di piombo”. Il Totalitarismo liberale che ci governa ha già messo in campo tutte le sue armi per distogliere l’opinione pubblica dai fallimenti dell’attuale Governo in carica e utilizzare strumentalmente il caso per dare la propria versione della Storia. La retorica populista si salda strettamente con il perbenismo borghese e democristiano su cui si è chiusa la Prima Repubblica e costruita la Seconda. Cesare Battisti non è che un pretesto per riattizzare l’odio verso il grande nemico storico: il comunismo. Poco importa che Battisti sia stato o meno genuinamente comunista. Indifferente è il fatto che non sia rappresentativo del marxismo, da lui e da altri “terroristi rossi” ampiamente frainteso. Battisti è stato elevato dalla borghesia a simbolo del comunismo e del peggio offerto in tal senso dalla sinistra degli anni ’70. Mentre Parigi brucia da settimane e l’Occidente si avvia da anni lentamente al suo declino, l’obiettivo vero è rinfocolare l’immagine sempre più sbiadita del fallimento di ogni alternativa al sistema presente. Il rimedio proposto è scontato: ravvivare un’identità “democratica” fondata sulla legalità, sulla pace sociale, sull’odio razziale e sull’associazione al terrorismo per chiunque metta in discussione il regime sociale vigente: il capitalismo.

Il caso Battisti diventa così un passo ulteriore per bombardare il popolo con una nuova ondata di revisionismo storico, marcando chiaramente i colpevoli dei peggiori epiteti: assassini, terroristi, violenti, comunisti, fanatici, rivoluzionari, pazzi, ecc. Al gioco delle armi di distrazioni di massa vince chi offre di più nella sagra delle semplificazioni.

I borghesi l’hanno chiamato “terrorismo rosso” perché banalmente hanno vinto loro, e hanno potuto imporre tale etichetta con la complicità dell’intero ordine “democratico”, compresi quei comunisti che avevano scelto la strada della via democratica al socialismo, illudendosi che il sistema potesse cambiare con le urne. Scomparso è il nesso tra il “terrorismo rosso” e il “terrorismo nero”, lo “stragismo di Stato”, la “strategia della tensione”, i servizi segreti, la corruzione, il “fattore K”, la violenza dell’imperialismo e della borghesia. Scomparsa è la consapevolezza politica che anche personaggi come Arafat, Mandela, Dilma Rousseff, Pepe Mujica siano stati bollati in passato come terroristi, stesso epiteto, assieme a quello di “banditi”, usato dai nazisti per screditare i partigiani antifascisti. Si quietino i benpensanti: non mi passa neanche per la testa di associare la statura di Cesare Battisti a questi giganti. Intendo però far riflettere sull’uso strumentale, fazioso e politico di certi epiteti, su quanto cioè sia facile manovrare il linguaggio secondo le proprie convenienze.

La violenza del Capitale uccide ogni giorno nelle nostre città, nei nostri mari, nelle colonie e nelle semi-colonie del “Terzo Mondo”… ma ciò non fa notizia, né tantomeno è definito terrorismo. Si dirà che questa è un’altra storia, che non c’entra niente. Invece c’entra eccome, perché l’occultamento del contesto e dei moventi di certi azioni, e anche di certi errori, non può che portare alla banalizzazione della condanna senza appello. Eppure c’è una grande differenza tra una violenza politica difensiva, tesa a proteggere la collettività, e una spregiudicata violenza offensiva, mirante a frenare la rivolta degli aggrediti e garantire i privilegi di pochi signori. Non l’ha affermato solo Fidel Castro, nel primo processo che gli fecero nel 1953, ma l’ha sostenuto in tempi non sospetti anche un certo Tommaso d’Aquino. Non propriamente un bolscevico… Corsi e ricorsi storici per argomentazioni simili ma inutili. Nella Storia si è assistito milioni di volte alla stessa dinamica: i vinti giudicano, gli sconfitti soccombono. Non solo politicamente, militarmente, socialmente, ma anche moralmente e culturalmente.

Non si creda però che qui si intenda fare il panegirico di Cesare Battisti e di chi negli anni ’70 iniziò ad usare le pistole. Si illudevano infatti, sbagliando in partenza l’analisi, coloro che ricorsero alla lotta armata senza che ve ne fossero le condizioni politiche, fallendo nella conquista del necessario appoggio popolare e meritandosi così effettivamente l’epiteto di terroristi, per il semplice fatto che nel gioco del “tutto o niente”, del “rien ne va plus”, hanno fatto la puntata sbagliata alla roulette del piombo, perdendo tutto e lasciandoci tutti con un sacco di macerie politiche e lutti irrisolti.

Nell’opera In Difesa del Socialismo Reale e del Marxismo-Leninismo ho scritto le seguenti righe, parlando non di Battisti quanto delle ben più note Brigate Rosse. Mi sembrano ancora calzanti:

«se il marxismo-leninismo rigetta la non-violenza esso non l’abbraccia nemmeno come unica soluzione politica, ma approda alla lotta armata quando ciò sia ritenuto utile e necessario, trovando l’appoggio attivo e il consenso popolare. Alla stessa maniera stigmatizzare e giudicare dannose le azioni terroristiche delle BR degli anni ’70 non deve portare ad abbracciare l’ideologia non-violenta, né tanto meno a dimenticare le ragioni che hanno spinto molti compagni e compagne ad imbracciare le armi e darsi alla clandestinità. La responsabilità morale dell’errore politico intrapreso da centinaia di persone che portavano avanti una lotta giusta con metodi sbagliati, nasce in primo luogo dall’imperialismo che ha impedito e sabotato, come abbiamo lungamente visto, la compiutezza della democrazia liberale. In questo senso il processo che conduce alla lotta armata in Italia non si differenzia così tanto da quello avvenuto nel resto del mondo, dove i movimenti armati sono riusciti ad assumere un riconoscimento popolare ampio (non chiaramente dai settori della borghesia e delle istituzioni) e a legittimarsi come partigiani della Resistenza antimperialista. Quel che è mancato in Italia è stato, per le scelte prudenti del PCI, il rifiuto di mostrare e far palesare il carattere della sovranità limitata della democrazia italiana, denunciato apertamente, seppur in maniera confusa, dai settori brigatisti; la mancanza di questa esplicitazione ha impedito il riconoscimento popolare che pure, come abbiamo visto, per un certo periodo non è mancato di sussistere tra larghi settori della classe lavoratrice.»1

Siamo un paese senza memoria, disse un giorno Pier Paolo Pasolini, con un’affermazione oggi più valida che mai. Ricostruire in maniera adeguata il contesto storico-politico di quegli anni mi è costato tempo e fatica, ma ne è valsa la pena. Oggi chiunque voglia ragionare sul tema ha gli strumenti per obiettare puntualmente che non sempre la legalità coincide con la giustizia. Che la violenza in certi casi è necessaria. Che ci sono i colpevoli e che ci sono i più colpevoli, ma che se non si vince, storicamente solo i primi alla fine vengono puniti. Che di innocenti e di assolti ce ne sono ben pochi, come cantava anche De André in una canzone sospettata a sua volta di fomentare il terrorismo. Siamo tutti colpevoli. Colpevoli di accettare la retorica populista di politici reazionari che con una mano occultano 49 milioni di euro e con l’altra indicano con dito minaccioso delinquenti, stranieri e poveracci, accusandoli di essere l’origine di ogni male. Siamo colpevoli di aver scelto di pensare solo a noi stessi, restando indifferenti verso il prossimo. Siamo colpevoli di aver accettato in maniera sempre più acritica il sistema vigente. Siamo colpevoli di aver accolto inconsapevolmente il vecchio paradigma del “mors tua, vita mea”. Siamo colpevoli per non esserci ancora ribellati contro un sistema che ha ridotto le nuove generazioni alla precarietà più assoluta, abbracciando quasi con gioia i mini-jobs offerti da “datori di lavoro” miliardari che speculano in borsa sul futuro nostro e di altre milioni di persone.

Il totalitarismo liberale che ci avvolge è potente e a molti sembra vano combatterlo. Ai più sembra impossibile riuscire a sconfiggere il senso comune, riaffermando la coscienza della complessità del reale. Val la pena continuare a provarci, ricordando in questo caso le ragioni per cui nacque e proliferò, trovando per diversi anni ampio consenso popolare, la lotta armata condotta da organizzazioni di ispirazione comunista nell’Italia degli anni ’70.

Si accuseranno queste righe di violenza e di ingiustificabile difesa del terrorismo. Si ricorderanno le vittime innocenti, con la consueta memoria selettiva. Respingo ogni accusa. Si ama ricordare sempre solo le vittime che fanno comodo. Io invece voglio ricordarle tutte le vittime di quegli e di questi anni, superando la morale filistea, borghese e cattolica che condanna le violenze fisiche ma assolve come “naturali” le violenze del capitalismo. La morale non-violenta dei papi e dei Bertinotti serve solo a giustificare un’oppressione quotidiana silenziosa che fa morire troppe persone innocenti in tutto il mondo, nel silenzio collettivo, spesso delle stesse vittime. Fa morire fisicamente e fa morire dentro, spiritualmente, nell’accettazione passiva dell’ordine costituito, nella rassegnazione supina del degrado esistente. La lotta armata non era negli anni ’70 la soluzione giusta, anche se si possono capire le ragioni per cui molti ci siano caduti. La lotta armata non è nemmeno oggi la soluzione giusta, quantomeno non nel nostro Paese. La violenza, quella popolare, quella di massa, potrà però essere uno strumento necessario un domani per distruggere l’oscurantismo e l’oppressione. Questo insegnamento politico è necessario trasmetterlo alle nuove generazioni.

Le ragioni di tali affermazioni si trovano nel paragrafo che segue, Dallo stragismo al terrorismo rosso, tratto da In Difesa del Socialismo Reale2. Sono righe che servono a ricordare un pochino meglio, seppur ancora sommariamente, la Storia di una guerra civile, di anni turbolenti in cui per molto tempo è stato chiaro alla gran parte della classe lavoratrice chi fossero i veri colpevoli. La stupidità e gli errori di pochi non possono e non devono far dimenticare le colpe e i ben più tremendi crimini di chi, iniziando questa guerra, non ha mai pagato, morendo tra gli onori e gli elogi pronunciati da chi oggi plaude all’estradizione di Battisti. L’ipocrisia regna sovrana e non c’è da stupirsene. Hanno vinto loro e fanno quello che gli pare. Io però non dimentico le parole di Karl Marx:

«Quando verrà il nostro turno, non abbelliremo il terrore».

Alessandro Pascale

13 gennaio 2019

DALLO STRAGISMO AL TERRORISMO ROSSO

Gli anni ’70 non si possono comprendere se non sulla scia degli eventi avvenuti nel biennio 1968-69, durante i quali in tutto il mondo, ma ancor più in Italia, una serie impressionante di movimenti giovanili e operai scuote profondamente l’assetto politico, culturale, economico e sociale del Paese. Entrambi i movimenti, pur non essendo direttamente controllati dalle organizzazioni politiche e sindacali di sinistra (anzi spesso queste vengono esplicitamente disprezzate e ripudiate), si caratterizzano secondo valori, programmi e ideologie riconducibili alla sinistra marxista, operaista e comunista. Benché i due movimenti siano originariamente autonomi e indipendenti non passa molto tempo prima che entrino in contatto, sia per volontà politica degli studenti, sia tramite nuove organizzazioni politiche che a posteriori sono state denominate complessivamente come “Nuova Sinistra”, anche se caratterizzate in realtà da un modello organizzativo non così nuovo bensì rifacentesi al leninismo, secondo una logica radicalmente rivoluzionaria. I movimenti di protesta operai, più o meno politicizzati, intraprendono spesso autonomamente numerose lotte tramite scioperi, occupazioni, auto-organizzazioni, mettendo in discussione le strutture sindacali tradizionali e obbligandole a radicalizzarsi (e rendersi autonome anch’esse dai partiti di riferimento) nelle rivendicazioni e nelle modalità di gestione del conflitto. Il risultato è un “autunno caldo” del 1969 durante il quale quasi un milione e mezzo di operai sono chiamati allo sciopero in tutta Italia, cogliendo gli imprenditori alla sprovvista e ottenendo importanti vittorie concretizzatesi nella firma di un nuovo contratto nazionale in cui vengono garantiti aumenti salariali uguali per tutti, la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, il diritto ad organizzare assemblee all’interno delle fabbriche nelle ore lavorative e particolari concessioni agli apprendisti e ai lavoratori studenti3. Sull’onda di questo imponente movimento operaio nasce quello che viene oggi definito il “decennio rosso”4, ossia un periodo di intensa conflittualità socio-economica (non solo in Italia ma un po’ in tutta Europa occidentale) a cui segue ovunque una fervente attività legislativa e riformista e che a livello politico consente un’ascesa anche elettorale soprattutto di forze di sinistra riconducibili al marxismo.

Questo “autunno caldo” viene chiuso bruscamente dalla bomba di Piazza Fontana. Nonostante le indagini iniziali puntino il dito contro settori anarchici e dell’estrema sinistra emerge ben presto nell’opinione pubblica e nella stampa di sinistra l’individuazione della matrice politica di estrema destra dell’attentato, favorito, secondo le accuse, da settori deviati dello Stato e dei servizi segreti. Gli anni ’70 iniziano di fatto con questo evento che segna l’avvio della stagione del terrorismo e di quella che è passata alle cronache come “strategia della tensione”. Il senso profondo dell’operazione è spiegato bene da De Bernardi e Ganapini5:

«L’attentato alla Banca dell’agricoltura aveva avuto il compito di diffondere il panico, di far credere che le lotte sociali preludessero all’eversione violenta. Una volta smontata questa accusa, i conservatori avrebbero potuto comunque sbandierare un’altra tesi: c’erano “opposti estremismi”, di destra e di sinistra, contro i quali bisognava egualmente combattere. E ogni sciopero, ogni protesta, ogni manifestazione venivano additate come pericolosi disordini sociali, a prescindere dalla motivazione e dalle stesse forme in cui si realizzavano».

Da qui originerà anche la teoria degli “opposti estremismi” (MSI e PCI), lanciata successivamente dalla DC per riproporsi con forza, agli occhi di un’opinione pubblica sgomenta, come il pilastro dell’ordine democratico aggredito dalla sovversione di destra e di sinistra. Il rischio della minaccia comunista convince anche gli USA a intervenire seriamente nelle vicende italiane. L’interventismo statunitense nella politica italiana era avvenuto in maniera pressoché continua dal secondo dopoguerra in avanti, ma assume una dimensione inedita a partire dal 1970, quando l’ambasciatore statunitense a Roma Graham Martin si fa carico di rimettere in atto una forte attività clandestina in Italia. Come abbiamo già visto con Tim Weiner6, «dopo aver ricevuto l’approvazione formale della Casa Bianca, Martin [ambasciatore statunitense a Roma, ndr] sovrintese alla distribuzione di 25 milioni di dollari ai democristiani e ai neofascisti italiani», una parte «ai partiti, una parte a singoli individui». L’obiettivo degli statunitensi era rafforzare l’ala conservatrice della DC guidata da Giulio Andreotti. Ma «il finanziamento occulto dell’estrema destra alimentò un fallito tentativo di colpo di Stato neofascista nel 1970», e fu usato inoltre per «finanziare operazioni clandestine della destra, comprese stragi terroristiche la cui responsabilità i servizi segreti italiani addossarono all’estrema sinistra».

Il dato di un interventismo attivo degli USA in molteplici manovre poco chiare è un dato che emerge dalle prime conclusioni fatte dalla Commissione Parlamentare7 che negli anni ’90 analizzerà il contesto storico precedente allo stragismo:

«Nell’iniziare a delineare, con riferimento al dopoguerra, il contesto in cui, un quarto di secolo più tardi, conflagreranno le fiammate del terrorismo e dello stragismo, appare più possibile alla Commissione trarre, sulla base di quanto si è esposto, alcune preliminari conclusioni:

-è certo che già negli ultimi anni del conflitto mondiale furono stretti rapporti tra settori politici e istituzionali e il potere mafioso.

-è fortemente probabile che tali rapporti siano proseguiti nei decenni successivi.

-è certo che nell’immediato dopoguerra furono costituite strutture paramilitari segrete operative soprattutto nella parte Nord orientale del paese.

-è certo che a tali organizzazioni furono assegnati compiti non solo difensivi, ma anche informativi e di controinsorgenza.

-è certo che nel medesimo arco temporale sorsero nel paese organizzazioni di natura privata in funzione anticomunista.

-è probabile che il sorgere di tali organizzazioni sia stato favorito anche con aiuti finanziari da parte degli Stati Uniti.

-è altamente probabile che all’interno dell’organizzazione del Ministero dell’Interno siano state costituite strutture che, al di là di compiti istituzionali apparentemente loro affidati, perseguissero analoghe finalità.

-è probabile un accentuato parallelismo operativo tra le anzidette strutture pubbliche e private.

-è indubbio che tali certezze e tali elevate probabilità obbedissero ad un unico, quanto inequivoco, disegno strategico.

-con la ovvia conseguenza della intrinseca debolezza di un quadro democratico, che mentre apparentemente andava consolidandosi, continuava a posare su fragili basi perché a livello occulto costantemente posto in discussione, si dà apparire sostanzialmente a rischio di tenuta».

Finanziato e sostenuto dagli statunitensi, il terrorismo di destra manifesta la sua maggiore vitalità proprio nel primo lustro degli anni ’70. Tra il 1969 e il 1975 si ha infatti una netta prevalenza di comportamenti violenti imputabili a gruppi di destra, con cifre pari al 95% tra il 1969 e il 1973, all’85% nel 1974, al 61% nel 19758. Nello specifico le stragi più importanti di questo periodo sono quelle di Gioia Tauro (22 luglio 1970, 6 morti e 72 feriti), Petano di Sagrado (31 maggio 1972, 3 morti e un ferito), questura di Milano (17 maggio 1973, 4 morti e 46 feriti), Brescia in Piazza della Loggia (28 maggio 1974, 8 morti e 103 feriti), treno Italicus (4 agosto 1974, 12 morti e 44 feriti)9. Come ricorda Giovanni De Luna, «per nessuna di queste stragi […] è stato trovato un colpevole in chiave giudiziaria», il che porta lo storico a concludere che la prima spiegazione di ciò stia nel fatto che «in tutti questi episodi sono implicati uomini dello Stato. Lo Stato ha quindi rinunciato a fare giustizia ogni volta che si profilava un coinvolgimento dei suoi apparati»10.

Il protagonismo del neofascismo ottiene anche un vasto consenso di quella che viene presto chiamata “maggioranza silenziosa” che si manifesta ad esempio nella vera e propria rivolta di Reggio Calabria del 1970, cavalcata vittoriosamente da un MSI che ottiene una travolgente vittoria elettorale nel ’71 alle elezioni amministrative nelle città del Sud. Ma anche un po’ più a Nord il movimento sociale cresce irresistibilmente (a Roma raggiunge il 16,2%) sull’onda di un nuovo movimentismo, quello della cosiddetta “maggioranza silenziosa”, che nella primavera del ’71 fa la sua comparsa sulla scena. A mobilitarsi sono alcune fasce della società che scendono in piazza per chiedere “ordine”, per dire “basta” agli scioperi operai, alle occupazioni delle università, alle agitazioni dei gruppi extraparlamentari, insomma a quello stato di permanente disordine ormai quotidiano11.

La saldatura tra missini e settori rispettabili della borghesia “d’ordine” preoccupa la DC che per gettare discredito sui neofascisti si decide a denunciare un tentativo golpista avvenuto qualche mese prima: Junio Valerio Borghese, ex comandante della X Mas durante la repubblica di Salò, con un battaglione di guardie forestali e un gruppo di ex paracadutisti aveva occupato nel dicembre 1970 alcuni locali del Ministero dell’Interno, immediatamente sgomberati dalla polizia. L’episodio, pur nella sua gravità, era passato sotto silenzio; ma adesso fa comodo pubblicizzarlo soprattutto per delegittimare il neofascismo agli occhi dell’opinione pubblica12. Secondo Ginsborg

«Borghese era chiaramente un avventuriero senza molti appoggi, ma ancora una volta emersero prove sconcertanti circa i suoi legami con settori dell’esercito e dei servizi segreti. Nel 1974, dopo molti rinvii, quattro generali vennero accusati di complicità nel tentato colpo di stato di Borghese; uno di essi era Vito Miceli, il capo dei servizi segreti. Nel processo che seguì vennero tutti assolti»13.

Giannulli riconduce tale processo, svoltosi nel 1974, alla scoperta dell’organizzazione clandestina “Rosa dei Venti”, che avrebbe preparato un altro tentativo di colpo di Stato nella primavera del 1973, con identiche connessioni tra neofascismo e servizi segreti14. Nonostante il “caso Borghese”, il MSI nelle elezioni Politiche del 1972 diventa il quarto partito italiano, mettendo in allarme gli animi più sensibili all’eredità della Resistenza partigiana antifascista.

In questi anni a livello politico-parlamentare la risposta data si concretizza nell’elezione del notabile democristiano Giovanni Leone alla presidenza della Repubblica (1971), segno di un ritorno centrista della DC, appoggiata dai fascisti; e la costituzione, nel 1972, di un governo Andreotti-Malagodi (cioè democristiani e liberali) che sembra mettere in soffitta il pur timido riformismo del centro-sinistra degli anni precedenti. In questo clima, se da un lato ci sono «le forze oscure delle trame nere e delle stragi di stato»”15 dall’altro lato cominciano a sorgere per reazione i primi nuclei di formazioni che assumono il nome di Brigate rosse (che saranno affiancate da altre organizzazioni). È stato segnalato come la storia delle Brigate Rosse coincida inizialmente solo limitatamente con il movimento universitario, nonostante che la gran parte dei suoi membri maturino tali scelte da discussioni in collettivi studenteschi. Tutte le azioni della neoformazione armata saranno piuttosto indirizzate alla fabbrica e al lavoro, caratterizzandone quindi piuttosto la natura operaia e comunista, di cui si rivendica l’appartenenza ricollegandosi al mito della “Resistenza tradita”, affermando di conseguenza la propria appartenenza all’esperienza gappista partigiana, godendo per questo anche di un certo consenso ideologico (anche se non fattuale) da parte di vasti gruppi della classe operaia16. Secondo diversi storici la nascita del terrorismo rosso nasce però anzitutto come reazione antifascista e difensiva alla violenza dello stragismo e dell’eversione autoritaria condotta dallo Stato e dalla galassia neofascista17.

Aldo Giannulli ricorda ad esempio come nell’estate del 1972, in seguito all’omicidio del commissario Calabresi, vengano denunciati centinaia di militanti di varie formazioni dell’estrema sinistra, paventandosi anche la possibilità di renderle integralmente fuorilegge18. È in questo clima che si allarga ed estende il reclutamento delle formazioni di sinistra che vedono nella lotta armata l’unica risposta rimasta da dare nel contesto vigente. Dal 1973 pesa anche la questione energetica per gli sviluppi internazionali che hanno ripercussioni estremamente negative sull’economia italiana e sull’ulteriore spaesamento culturale e sociale che questi avvenimenti producono nel Paese. Il disorientamento nei gruppi della “nuova sinistra”, si collega con il fallimento dell’opzione elettoralistica tentata nelle elezioni Politiche del 1972. La chiusura e lo sbandamento di organizzazioni come Potere Operaio o Lotta Continua negli anni seguenti costituiranno uno dei settori di reclutamento per le Brigate Rosse, la cui data di nascita è il 1970, anche se «la loro prima azione clamorosa è il rapimento di un dirigente dell’azienda Sit-Siemens nel 1972»19.

Secondo Giannulli la decisione di porre fine alla strategia della tensione da parte della borghesia italiana e delle forze riconducibili agli USA e alla NATO viene meno soltanto tra 1973 e 1974, in un mutato clima internazionale e nella constatazione della necessità di scendere a patti con le sempre più combattive forze operaie e le loro organizzazioni (alludendo in particolare al PCI)20. Ciò non impedisce però alcuni “colpi di coda” di alcuni settori neofascisti, che sfociano nelle stragi di Piazza della Loggia e dell’Italicus del 1974. L’annata è caratterizzata inoltre dalla scoperta degli ennesimi scandali di corruzione (lo “scandalo dei petroli” e il caso Lockheed) che nel 1974 mettono in crisi il partito democristiano.21 Questi eventi spiegano la radicalizzazione delle BR che dall’inizio del 1974 cambiano metodo, sequestrando il giudice di Genova Mario Sossi e raggiungendo così una certa notorietà a livello nazionale22. In reazione all’avanzata sempre più dilagante del terrorismo rosso il 22 maggio 1975 viene approvata la legge Reale sull’ordine pubblico che autorizza le perquisizioni personali anche senza il permesso del magistrato, rende più facile l’uso di armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, allarga il ventaglio di possibilità per infliggere il soggiorno obbligato e consente una serie di altre misure restrittive. Per le sinistre extraparlamentari è un passo avanti nella “fascistizzazione dello Stato”. L’appoggio del PCI alla legge, unita alla sua politica di alleantismo con la DC considerata connivente dello stragismo alimenta ulteriormente il distacco dei movimenti sociali dalla politica istituzionale e l’escalation di violenza nell’adesione alla lotta armata di svariati militanti, che iniziano a concepire il progetto di lottare non più soltanto per uno scopo difensivo, ma direttamente per l’abbattimento rivoluzionario dello stato borghese e l’avvento di una rivoluzione socialista23.

La situazione europea nel 1975-76 è inoltre causa di forte preoccupazione per gli USA:

«il Portogallo era nella stretta della rivoluzione, in Spagna il regime di Franco era agli sgoccioli, in Francia la sinistra unita sembrava sul punto di prendere il potere; Grecia e Turchia erano ai ferri corti per Cipro, e adesso in Italia la DC sembrava alla vigilia di dover vedere il potere ai comunisti»24.

È in questo clima che si va a votare nelle elezioni Politiche del 1976, in cui si paventa il possibile sorpasso del PCI ai danni della DC. In un tale contesto sia la Gran Bretagna che gli USA studiano la possibilità di mettere in atto un colpo di Stato nel caso in cui questa situazione si verifichi. La vittoria del PCI non è però tale da attuare il “sorpasso” sulla DC, e i successivi governi frustrano sempre più le istanze di un movimento giovanile sempre più ampio e radicalizzato che nel 1977 arriva a sparare nelle città. Questo d’altronde è l’anno di punta delle BR, che ha iniziato ad utilizzare l’omicidio politico a fine dichiarato della propria azione dal 197625, e pesca ormai a piene mani nel sempre più ampio mondo della “autonomia” che non si riconosce più nel PCI, accomunato alla “partitocrazia”. Le azioni delle BR di altri gruppi diventano sempre più ampie: espropri proletari, rapine per autofinanziamento, minacce, pestaggi, “strategia della P38”. In quest’anno si registra un picco nell’escalation della violenza terrorista: 7 persone vengono uccise e 40 ferite. Tra le vittime ci sono personaggi di prestigio del giornalismo – Montanelli che viene “gambizzato” e il vice direttore della Stampa, Casalegno viene assassinato. Secondo la Colarizi

«le BR stanno attuando il primo tempo della “strategia dell’annientamento” che punta a seminare il terrore tra i “servi dello Stato”, nei settori della classe dirigente pilastro dell’ordine istituzionale; la seconda fase prevede l’attacco diretto al potere politico che scatta l’anno successivo, 1978, con il rapimento di Moro»26.

Ginsborg ritiene che «le Brigate Rosse speravano che il movimento del ’77 sarebbe stata l’occasione attraverso la quale il terrorismo sarebbe diventato un fenomeno di massa. Se ciò fosse avvenuto non vi è alcun dubbio che la Repubblica non sarebbe sopravvissuta nella sua forma attuale»27. Niente di tutto ciò si realizza però quando il 16 marzo 1978 le BR rapiscono (uccidendo i cinque uomini della scorta) il presidente della DC Aldo Moro, nel giorno in cui si vota la fiducia al nuovo governo Andreotti sul quale il PCI si riserva di decidere fino all’ultimo. Sono molti i punti rimasti oscuri della vicenda, su cui si sono versati fiumi di inchiostro28. La constatazione che più interessa in quest’analisi è che questo rappresenta l’ultimo momento di gravissima crisi istituzionale attraversato da un Paese che, pur rifiutando con un’ampia mobilitazione popolare l’azione terroristica delle BR, non accetta di schierarsi in maniera compatta con uno Stato accusato per la sua corruzione e connivenza con lo stragismo. Sono molte le voci anche famose (tra cui lo scrittore Leonardo Sciascia) che si identificano nello slogan “né con lo Stato né con le BR”, che trova un consenso non indifferente soprattutto nella classe operaia. È indubbio però che l’uccisione di Moro, avvenuta il 9 maggio 1978, segni la fine “politica” delle BR e il conseguente declino organizzativo e di ampio consenso sociale che l’aveva fino a quel momento caratterizzato. Le Brigate Rosse e altri gruppi affiliati avrebbero continuato ad uccidere (29 persone nel 1978, 22 nel 1979, 30 nel 1980), ma in un isolamento sempre maggiore che ne sancirà l’incapacità evidente di mettere in discussione la sopravvivenza dello Stato democratico, che negli anni a venire riuscirà anzi a recuperare credibilità con le masse grazie allo spessore morale del nuovo presidente della Repubblica Sandro Pertini (1978-85).

Gli strascichi della crisi istituzionale però proseguiranno a lungo, sopendosi del tutto solo nel corso degli anni ’8029. Il declino delle BR si accompagna a quello della proposta “istituzionale” del PCI, e ad un generale riflusso conservatore che prende il sopravvento in tutta Europa nei biennio 1979-80. L’ondata conservatrice si concretizza anche in Italia nella simbolica “marcia dei 40 mila” dirigenti, capisquadra, impiegati e operai FIAT di Torino che nel 1980 si oppongono al prosieguo di uno sciopero durato 34 giorni. Questo evento segna l’inversione di tendenza in una conflittualità sociale e operaia rimasta viva per tutto il decennio, ponendo le basi per una vera e propria svolta socio-culturale e politica che caratterizzerà in senso inverso il decennio degli ’80s30. In questi ultimi scampoli di decennio rimangono ancora alcuni fatti importanti e degni di nota che avrebbe dato ulteriori argomenti residui ai brigatisti nella violazione pericolosa di basilari diritti civili: il 7 aprile del 1979 vengono arrestati e detenuti per anni numerosi docenti (tra questi il nome più famoso quello di Antonio Negri), intellettuali e studenti sospettati di terrorismo e accusati con una serie di accuse dimostratesi negli anni completamente false31.

Su altri terreni, in dimensioni altrettanto oscure, c’è chi tesse negli stessi anni progetti di eversione e intanto lucra su speculazioni illecite, utilizzando l’assassinio per porre a tacere chi indaga. Si tratta della vicenda della loggia massonica segreta P2, emersa nel 1981 nel corso di un’indagine sul banchiere Michele Sindona, responsabile del fallimento del Banco Ambrosiano con Roberto Calvi (morto in circostanze tuttora non chiarite a Londra l’anno successivo). Sindona, a sua volta avvelenato in carcere nel 1986, fu anche giudicato come il mandante dell’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli (settembre 1979), liquidatore del Banco. Sulla P2 un’indagine parlamentare ha accertato responsabilità di piani diretti e un’eversione in senso autoritario dello Stato; il suo capo, Licio Gelli, è stato oggetto di diverse condanne (nonché di una successiva e assai discussa assoluzione); la loggia P2 compare più volte in connessione allarmante con le stragi attribuibili alla destra eversiva nel corso degli anni ottanta (la bomba alla stazione di Bologna, 2 agosto 1980, che fece 85 morti e 200 feriti; la strage del treno Italicus, 23 dicembre 1984, che fece 15 morti e 267 feriti)32. Altissimo in definitiva è stato il prezzo di sangue pagato dal Paese nel periodo più acuto della crisi, e cioè dal 1969 al 1980: 362 morti e 4490 feriti.33

NOTE

1A. Pascale, In Difesa del Socialismo Reale e del Marxismo-Leninismo, Vol. II, Intellettualecollettivo.it, 15 dicembre 2017, pp. 1058-1059, disp. su http://intellettualecollettivo.it/.

2Ivi, pp. 967-973. Chi voglia approfondire quel periodo troverà molti altri paragrafi riguardanti l’argomento nel capitolo dedicato all’Italia da cui sono estratte queste pagine.

3P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, Torino 2006, pp. 412-433.

4Ad esempio C. Cornelissen, B. Mantelli, P. Terhoeven, Il decennio rosso: contestazione sociale e conflitto politico in Germania e in Italia negli anni Sessanta e Settanta, Il Mulino, Bologna, 2012.

5A. De Bernardi & L. Ganapini, Storia d’Italia. 1860-1995, Mondadori, Milano 1996, p. 489.

6T. Weiner, CIA. Ascesa e caduta dei servizi segreti più potenti del mondo, BUR Rizzoli, Bergamo 2010, pp. 290-292.

7Parlamento. Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, L’Italia delle Stragi, vol. I – Da Portella della Ginestra alla strategia della tensione della relazione della Commissione Stragi, Il Minotauro, Milano 1997, p. 35.

8G. De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria, Feltrinelli, Milano 2009, p. 70.

9Per tale prospetto si è fatto riferimento a C. Lo Re, La strategia della tensione in Italia e in Europa. Alle radici del pensiero unico, Edizioni Associate, Roma 1998, pp. 147-150.

10G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., p. 31.

11S. Colarizi, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, Laterza, Roma-Bari 1994, p. 372.

12Ivi, pp. 372-373.

13P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 453.

14A. Giannulli, Bombe a inchiostro, BUR, Milano 2008, pp. 294-304.

15A. De Bernardi & L. Ganapini, Storia d’Italia. 1860-1995, Mondadori, Milano 1996, p. 490.

16P. Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse, Newton Compton, Roma 2008, pp. 10-12, 25-28.

17G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., pp. 78-95.

18A. Giannulli, Bombe a inchiostro, cit., pp. 170-172. Calabresi era stato accusato esplicitamente da gruppi dell’estrema sinistra di essere stato l’assassino dell’anarchico Giuseppe Pinelli, morto in circostanze misteriose durante un interrogatorio nella questura di Milano in seguito ai fatti di Piazza Fontana.

19S. Colarizi, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, cit., pp. 367, 414-415.

20A. Giannulli, Bombe a inchiostro, cit., pp. 277-278.

21S. Colarizi, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, cit., pp. 420-423.

22P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 489.

23G. De Luna, Le ragioni di un decennio, cit., pp. 114-116.

24P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 503.

25Parlamento, L’Italia delle Stragi, cit., p. 101.

26S. Colarizi, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, cit., p. 481

27P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 516.

28Per un’analisi dettagliata dell’evento ci si è rifatti comunque a P. Casamassima, Il libro nero delle Brigate Rosse, cit., pp. 145-218.

29P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 518-520.

30Su tali eventi si veda S. Colarizi, Storia dei partiti nell’Italia repubblicana, cit., pp. 574-575 e P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, cit., p. 540-545.

31A. Giannulli, Bombe a inchiostro, cit., pp. 412-419.

32A. De Bernardi & L. Ganapini, Storia d’Italia, cit., p. 498.

33Parlamento, L’Italia delle Stragi, cit., p. 91.

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