La Cina e la lotta antimperialista su scala planetaria

Di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Il movimento comunista, fin dalla sua genesi nel 1846-48, è sempre stato di natura internazionale nei suoi obiettivi generali (socialismo-comunismo in tutto il mondo), nei suoi legami organizzativi (Prima e Seconda Internazionale tra il 1864 e il 1914, seppur con forti componenti antimarxiste al loro interno) e in una purtroppo debole attività contro le guerre e il colonialismo di matrice occidentale.
Un decisivo salto di qualità in questo campo avvenne con l’Ottobre Rosso del 1917 e la nascita del primo stato socialista, capace di riprodursi per più di sette decenni: di conseguenza il movimento comunista e il marxismo agirono da allora anche come forze operanti concretamente su scala internazionale contro il capitalismo e l’imperialismo.
I principali strumenti utilizzati fin dai tempi di Lenin dal nuovo potere sovietico e, dopo il 1945, dagli altri stati socialisti furono:
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la difesa dagli attacchi militari, economici e propagandistici provenienti dal mondo occidentale;
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la competizione pacifica con quest’ultimo almeno in termini di soft power, fin dal Decreto sovietico sulla pace della Ottobre del 2017;
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la coesistenza pacifica con i paesi capitalisti, quando è se possibile come con il trattato di Brest-Litovsk del 1918, (accordo anglo-sovietico del marzo 1921, e così via).
Lenin sottolineò nel 1921 come già allora la lotta, aperta e sotterranea, tra una Russia Sovietica ancora molto debole e i diversi gangli statali dell’imperialismo mondiale costituissero ormai il fulcro principale della politica internazionale: e arrivando all’inizio del terzo millennio, durante lo scontro epocale tra la tendenza unipolare incentrata sugli USA e quella invece multipolare il cui nucleo decisivo risiede a Pechino, sorge quasi inevitabile anche la domanda su quali siano attualmente i fattori di forza materiali attualmente in possesso della Cina (prevalentemente) socialista.
Innanzitutto il prodotto interno lordo della Cina nel 2025, secondo l’insospettabile Fondo Monetario Internazionale, risultava pari a 41020 miliardi di dollari: (fonte: worldometer.com), mentre quello degli Stati Uniti era invece equivalente a solo 30620 miliardi di dollari: ossia circa un quarto in meno di quello di Pechino, un quarto inferiore al PIL cinese usando il criterio della parità del potere d’acquisto.
Si deve, in secondo luogo, avviare un processo di analisi dell’ormai indiscutibile supremazia tecnologica acquisita da Pechino nei settori d’avanguardia, anche rispetto all’imperialismo statunitense.
“La Cina è leader nella ricerca nel 90% di tecnologie cruciali: è un cambiamento radicale in questo secolo”: questo risulta il titolo eclatante di un articolo pubblicato dalla rivista Le Scienze nel dicembre del 2025. “In circa vent’anni il paese asiatico ha recuperato la storica distanza dagli Stati Uniti, che tuttavia rimangono al primo posto nelle restanti tecnologie considerate in un rapporto.
La Cina è leader nella ricerca di quasi il 90 per cento delle tecnologie cruciali che “aumentano significativamente, o pongono rischi agli interessi nazionali di un paese”, secondo un tracker tecnologico gestito dall’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), un think-tank indipendente”.1
Siamo dunque in presenza di una trasformazione dei rapporti di forza mondiali di portata epocali, dato che solo due decenni fa era Washington ad avere una superiorità schiacciante nell’alta tecnologia, supremazia di cui rimane ormai solo un vantaggio decrescente nel calcolo quantistico e in pochi altri settori. Il tutto nel quasi completo silenzio della sinistra occidentale, ivi compresa quella che si autodefinisce antagonista; sinistra che non a caso è stata ed è tuttora in larga parte incapace persino di distinguere il formidabile e multilaterale appoggio a stelle e strisce al genocidio contro Gaza e dalla ferma e costante condanna di quest’ultimo da parte delle autorità cinesi.
Risulta invece molto chiaro come la combinazione fra le due dinamiche di potenza sopracitate non solo riduca al minimo il precedente monopolio scientifico e produttivo detenuto dal mondo occidentale tra 1992 e il 2000, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ma simultaneamente consenta anche uno scambio e un aiuto della Cina verso i paesi del Sud del mondo nelle relazioni commerciali intese in senso lato.
Ipertecnologie, ma anche il recente impiego cinese di importanti strumenti quali il CIPS e l’Unit in campo finanziario internazionale.
“Il dollaro statunitense rappresenta oggi meno del 40% delle riserve valutarie globali, la percentuale più bassa degli ultimi 20 anni. L’oro rappresenta ora più riserve valutarie globali rispetto all’euro, allo yen e alla sterlina messi insieme. Le banche centrali stanno accumulando oro in modo esponenziale, mentre i BRICS accelerano la sperimentazione di sistemi di pagamento alternativi in quello che in precedenza ho definito “il laboratorio BRICS”.
Uno degli scenari proposti direttamente ai BRICS e concepito come alternativa all’ingombrante SWIFT, che effettua transazioni per almeno 1 trilione di dollari al giorno, prevede l’introduzione di un token commerciale non sovrano basato su blockchain.
Questa è The Unit.
The Unit, correttamente descritta come “moneta apolitica”, non è una valuta, bensì un’unità di conto utilizzata per il regolamento di scambi commerciali e finanziari tra i paesi partecipanti. Il token potrebbe essere ancorato a un paniere di materie prime o a un indice neutrale per impedire il dominio di un singolo paese. In questo caso funzionerebbe come i diritti speciali di prelievo (DSP) del FMI, ma nel quadro dei BRICS.
Poi c’è mBridge – che non fa parte del laboratorio “BRICS” – che presenta una valuta digitale multi-banca centrale (CBDC) condivisa tra le banche centrali e le banche commerciali partecipanti. mBridge comprende solo cinque membri, ma tra questi figurano attori potenti come il Digital Currency Institute della Banca Popolare Cinese e l’Autorità Monetaria di Hong Kong. Altri 30 paesi sono interessati ad aderire.
mBridge è stata però l’ispirazione alla base di BRICS Bridge, ancora in fase di sperimentazione, che mira ad accelerare una serie di meccanismi di pagamento internazionali: trasferimenti di denaro, elaborazione dei pagamenti, gestione dei conti.
Si tratta di un meccanismo molto semplice: invece di convertire le valute in dollari statunitensi per il commercio internazionale, i Paesi BRICS cambiano direttamente le loro valute”.2
Chips e Unit, ma anche missili ipersonici cinesi capaci di raggiungere in pochi minuti molti centri nevralgici dell’imperialismo a stelle e strisce.
“Se qualcuno a Washington pensava ancora di poter gestire il Pacifico come il “lago americano” del XX secolo, è arrivato il momento di svegliarsi. Il rapporto annuale 2025 del Pentagono sullo sviluppo militare della Repubblica Popolare Cinese, rilasciato lo scorso 23 dicembre, mette nero su bianco una realtà scomoda: Pechino ha reso operativo il DF-27.
Non stiamo parlando della solita minaccia nucleare astratta, ma di un cambiamento tattico radicale. Il DF-27 è un missile balistico intercontinentale (ICBM) a lungo raggio, capace di colpire obiettivi terrestri e marittimi tra i 5.000 e gli 8.000 chilometri di distanza. Tradotto in termini geostrategici: le Hawaii, l’Alaska e potenzialmente le basi in Australia non sono più santuari intoccabili.
Un “Killer di Portaerei” a raggio globale
La vera novità, che farà venire più di qualche mal di testa agli ammiragli della US Navy, è la natura convenzionale e anti-nave di questo sistema.
Fino a ieri, la minaccia per le portaerei americane era limitata ai missili a medio raggio come il DF-21D o il DF-26B, soprannominati “Guam Express”. Con il DF-27, l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) estende la sua capacità di interdizione (A2/AD) ben oltre la “Prima Catena di Isole”.
Ecco le caratteristiche salienti emerse dal rapporto e dalle analisi di intelligence trapelate:
Raggio d’azione: 5.000 – 8.000 km. Copre quasi tutto l’Indo-Pacifico.
Testata: Convenzionale anti-nave o attacco terrestre di precisione (anche se non si esclude la capacità nucleare, il Pentagono lo classifica come minaccia convenzionale nel report attuale).
Tecnologia HGV: È molto probabile che il missile utilizzi un Hypersonic Glide Vehicle.
Perché il sistema HGV cambia le regole del gioco
A differenza di un missile balistico tradizionale, che segue una parabola prevedibile come un sasso lanciato in aria, un veicolo a planata ipersonica (HGV) manovra attivamente nell’atmosfera.
Questo rende l’intercettazione un incubo matematico e fisico. I sistemi di difesa americani attuali, come l’SM-6, sono eccellenti contro minacce note, ma potrebbero non essere sufficienti contro un oggetto che viaggia a Mach 5+ cambiando direzione. Andrew Erickson, del China Maritime Studies Institute, ha sottolineato come questo renda la Cina la prima potenza a schierare una capacità ICBM convenzionale per colpire navi in movimento a distanze intercontinentali.
Le implicazioni strategiche: le portaerei sono obsolete?
L’entrata in servizio del DF-27 solidifica la strategia cinese di tenere la Marina USA lontana dalle proprie coste in caso di conflitto su Taiwan. Se una portaerei americana può essere affondata “in pochi minuti” da 5.000 km di distanza, come suggeriscono alcuni leak di think tank del Pentagono, l’intero concetto di proiezione di potenza navale va rivisto.
Il rapporto del Pentagono suggerisce implicitamente che investire miliardi in gigantesche piattaforme galleggianti potrebbe essere un errore strategico di fronte a sistemi economici, unmanned e ipersonici. La Cina non ha bisogno di eguagliare la flotta americana nave per nave; le basta rendere il Pacifico occidentale un tiro al piccione per i suoi missili.
Washington e Mosca stanno correndo ai ripari dopo il crollo del trattato INF nel 2019, ma Pechino sembra aver sfruttato il tempo per costruire un vantaggio asimmetrico che ora è, a tutti gli effetti, operativo”. 3
Missili ipersonici, ma anche le terre rare, e cioè anche una serie di preziosi elementi chimici fondamentali per il settore hi-tech, civile e bellico.
Per quasi due terzi dei prodotti in Cina, la loro importanza su scala interstatale è venuta alla luce anche nel gennaio del 2026 in occasione della piratesca aggressione dell’imperialismo USA contro il Venezuela, che ha causato un centinaio di morti oltre all’abominevole sequestro del legittimo presidente Nicolas Maduro e della sua fedele e coraggiosa moglie.
“Molti “tastieristi inquieti” hanno lamentato nei giorni scorsi che Cina e Russia non abbiano reagito con la forza militare all’attacco statunitense contro il Venezuela. Molti opinionisti mainstream hanno fatto la stessa operazione, ovviamente in chiave opposta, magnificando lo strapotere Usa e irridendo l’impotenza di Pechino.
Un analista tedesco con intensi rapporti con la Cina, Kurt Grötsch, dà informazioni piuttosto diverse, anche se non strombazzate con l’enfasi narcisistica di Donald Tump.
La Cina ha condannato fermamente la confisca e la violazione della sovranità del Venezuela, non solo con le parole del ministro degli esteri e di altri portavoce governativi. Ha invece adottato una serie di misure economiche, con la consapevolezza che gli Stati Uniti hanno definito il controllo del petrolio venezuelano come un modo per fermare la presenza cinese in Sud America e bloccarne lo sviluppo.
A Pechino hanno insomma capito benissimo che l’aggressione al Venezuela è una dichiarazione di guerra alla proposta di un mondo multipolare e ai BRICS. Poche ore dopo la diffusione della notizia del rapimento del presidente Maduro, Xi Jinping avrebbe convocato una riunione d’emergenza del Comitato permanente del Politburo che ha attivato quella che gli strateghi cinesi chiamano una “Risposta Asimmetrica Globale”, progettata per contrastare l’aggressione contro i propri partner collocati nell’emisfero occidentale (quello che gli Usa dichiarano “cosa nostra”).
La prima fase della risposta è stata attivata il 4 gennaio, quando la Banca Popolare Cinese ha annunciato silenziosamente la sospensione temporanea di tutte le transazioni in dollari statunitensi con società legate al settore della difesa statunitense. Boeing, Lockheed Martin, Raytheon e General Dynamics, da quel giovedì, si ritrovano con le transazioni con la Cina congelate di fatto.
Lo stesso giorno, anche la State Gray Corporation of China, che controlla la rete elettrica, ha sospeso le operazioni annunciando una “revisione tecnica” di tutti i suoi contratti con i fornitori americani di apparecchiature elettriche; il che implica che la Cina stia avviando il disaccoppiamento dalla corrispondente tecnologia americana, annullando così una parte consistente delle future importazioni.
China National Petroleum Corporation, la più grande compagnia petrolifera statale al mondo, ha annunciato una riorganizzazione strategica delle sue rotte di approvvigionamento globali. Ciò comporta la cancellazione di contratti di fornitura di petrolio con le raffinerie americane per un valore di circa 47 miliardi di dollari all’anno.
La China Ocean Shipping Company, che controlla circa il 40% della capacità di trasporto globale, ha implementato quella che ha definito “Ottimizzazione Operativa delle Rotte”. Ciò ha comportato che le navi cargo cinesi abbiano iniziato a evitare i porti americani – Long Beach, Los Angeles, New York e Miami – che si affidano alla logistica marittima cinese per mantenere le loro catene di approvvigionamento. Questi porti devono ora fare i conti con la riduzione del 35% del loro normale traffico container.
Non ne saranno felici Walmart, Amazon, Target e altre piattaforme e-commerce che dipendono dalle navi cinesi per importare merci prodotte in Cina, visto che le loro catene di approvvigionamento sono parzialmente cancellate nel giro di poche ore.
L’aspetto più sorprendente di tutte queste misure è stata la loro simultaneità. Hanno creato un effetto a cascata che amplifica esponenzialmente l’impatto economico. Non si è trattato di un’escalation graduale, ma di un mini-shock sistemico con effetti crescenti nel tempo.
Contemporaneamente, la Cina ha attivato un nuovo pacchetto di misure miranti a mobilitare il Sud del mondo.
Sempre il 4 gennaio, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha offerto a Brasile, India, Sudafrica, Iran, Turchia, Indonesia e altri 23 paesi, condizioni commerciali preferenziali immediate se si fossero impegnati pubblicamente a non riconoscere alcun governo venezuelano salito al potere con il sostegno criminale degli Stati Uniti.
In meno di 24 ore, 19 paesi hanno accettato l’offerta. Il Brasile è stato il primo, seguito da India, Sudafrica e Messico, rivelando in pratica un mondo multipolare in azione.
Il 5 gennaio il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese ha annunciato l’espansione della sua capacità operativa per assorbire qualsiasi transazione globale che cercasse di aggirare il sistema SWIFT, controllato da Washington.
Ciò significa che la Cina prova a fornire al mondo un’alternativa pienamente funzionale al sistema finanziario occidentale. Qualsiasi paese, azienda o banca che desideri operare senza dipendere dall’infrastruttura finanziaria americana può utilizzare il sistema cinese, tra l’altro più economico.
La risposta è stata immediata e massiccia: nelle prime 48 ore di operatività, sono state elaborate transazioni per un valore di 89 miliardi di dollari. Le banche centrali di 34 paesi hanno aperto conti operativi nel sistema cinese, a simboleggiare un’accelerazione della de-dollarizzazione di una delle più importanti fonti di finanziamento statunitensi.
Sul fronte tecnologico, il governo cinese, che controlla il 60% della produzione mondiale di terre rare – elementi essenziali per la produzione di semiconduttori e componenti elettronici – ha annunciato restrizioni temporanee sulle esportazioni di terre rare verso qualsiasi paese che abbia sostenuto il rapimento del presidente Nicolás Maduro.
Apple, Microsoft, Google, Intel – tutti i giganti tecnologici americani che dipendono dalle catene di fornitura cinesi per componenti essenziali – devono a questo punto trovare velocemente alterative affidabili alle forniture di Pechino.
Non sono mosse spettacolari da sparare sui giornali, ma pesano certo più di una strigliata verbale o di una “esibizione muscolare”.4
L’articolo sopracitato ha messo in luce anche altri punti di forza della Cina nella lotta globale contro l’imperialismo, oltre alle terre rare: e cioè i contratti di fornitura cinesi per apparecchiature elettriche per petrolio e logistica marittima con Washington, da intendersi come ulteriori strumenti di pressione di Pechino.
Inoltre a metà gennaio del 2026 la Cina possedeva ancora 682,6 miliardi di dollari di titoli di stato degli USA.
Sebbene tale massa di crediti sia stata volutamente dimezzata da Pechino rispetto a dieci anni fa, si tratta in ogni caso di una potenziale bomba finanziaria per una nazione come gli Stati Uniti ormai vicina alla bancarotta, con quasi 38400 miliardi di dollari di debito statale all’inizio del 2026, cifra che aumenta in media di ben 10 (dieci!) miliardi di dollari al giorno.
La capacità di diversificare i propri partner internazionali sul piano economico si è altresì rivelata la carta vincente di Pechino nel vincere completamente durante le due durissime guerre commerciali scatenategli contro, nel 2018-20 e nel 2025, dall’amministrazione Trump e dall’ala più anticinese dell’imperialismo statunitense: guerre dei dazi valutate con approvazione dalla maggioranza della sinistra occidentale.
Ora, se nel 2015 gli scambi commerciali della Cina con i paesi del sud dell’Asia, riuniti nell’organizzazione denominata ASEAN, erano pari a 346 miliardi di dollari, nel 2024 tale cifra era più che raddoppiata arrivando a 771 miliardi di dollari; viceversa se l’interscambio commerciale tra Pechino e Washington risultava equivalente a 598 miliardi di dollari nel 2015, nel 2025 esso era crollato alla somma di circa 480 miliardi di dollari.
Risulta una concreta realtà anche la supremazia di Pechino nel campo spaziale rispetto all’ex-numero uno statunitense, anche grazie alla stazione spaziale cinese Tiangong.
“Secondo un rapporto annuale pubblicato giovedì 8 gennaio dall’Agenzia Spaziale con Equipaggio Cinese, la stazione spaziale cinese ha implementato e portato a termine 265 progetti scientifici e applicativi in orbita, stabilendo diversi record.
Tra questi record figurano i primi esperimenti con mammiferi a bordo di una stazione spaziale cinese, il primo studio biologico al mondo condotto in un ambiente a bassa intensità magnetica e microgravità e la più lunga attività extraveicolare mai realizzata.
Nel 2025, 86 nuovi progetti hanno prodotto oltre 150 terabyte di dati. Per la realizzazione di questi progetti sono stati lanciati 1.179 kg di materiali scientifici e sono stati riportati a Terra 105 kg di campioni.
La ricerca in orbita ha prodotto risultati chiave, tra cui una nuova tecnica non invasiva per il monitoraggio della pressione intracranica, nuove conoscenze sulla solidificazione delle leghe refrattarie e il primo test in assoluto nello spazio di un robot per l’ispezione di condutture.
Nel mese di novembre, il programma spaziale cinese ha condotto con successo la sua prima procedura di rientro alternativa per la stazione spaziale.
Il rapporto ha inoltre evidenziato ulteriori progressi, come il completamento della selezione del quarto gruppo di candidati astronauti, che include specialisti di carico utile provenienti da Hong Kong e Macao, e lo sviluppo di un sistema di trasporto merci a basso costo”.5
Inoltre la Cina non è solo un paese con quasi 10 milioni di chilometri quadrati e confinante con 14 stati, ma gode anche del vantaggio dell’alleanza strategica ormai consolidatasi da più di due decenni con la Russia, nazione che ha in comune con Pechino ben 4250 chilometri di confine e il cui interscambio nel 2025 è risultato pari a 230 miliardi di dollari, tre volte quello di quindici anni prima; anche la Repubblica Popolare Democratica di Corea, a sua volta dotata di armi atomiche e missili ipersonici, vede da molti decenni nella Cina il suo principale partner economico.
Pechino è dotata altresì di un alto livello di autosufficienza in molti settori:
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in campo energetico la Cina esprime un terzo della produzione energetica mondiale, anche attraverso il costante boom delle energie rinnovabili e con una produzione di petrolio che risulta in ogni caso la quarta dell’intero pianeta;
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ha una produzione alimentare che, con un raccolto di cereali che ha toccato i 714 milioni di tonnellate nel 2025, è quasi raddoppiata rispetto al 2000;
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oltre che nelle terre rare, la Cina si rivela il primo produttore mondiale di oro, tungsteno, stagno, carbone, antimonio, acciaio, alluminio, cemento e fosfati di calcio.
Rispetto invece al settore strategico delle infrastrutture, mentre solo l’1% delle comunicazioni di internet passa via satellite negli ultimi decenni la Cina ha sfidato, con grande successo, il precedente semi-monopolio statunitense mettendo in funzione miliardi di chilometri di fibra ottica e “a partire dal 2015, si è impegnata a raggiungere il controllo di almeno il 60% dei cavi sottomarini (obiettivo fissato nel quadro del Made in China 2025). Già all’inizio di questo decennio, diverse testate internazionali hanno notificato ai loro lettori che tra i primi sette operatori al mondo, i primi cinque hanno insegne in mandarino. Si tratta di Hentong, Futong, Fiber Home, Ztt, Yofc, con prezzi ipercompetitivi e ricavi da capogiro.
Imprese statali cinesi come Huawei ed Hentong hanno costruito il Peace, uno dei più importanti cavi a livello internazionale, 12.000 km che connettono l’Europa, in particolare la Francia al Pakistan, passando per il Golfo e il Corno d’Africa, e hanno investito enormi cifre nella connettività e nel controllo delle infrastrutture globali di comunicazione, nel più ampio contesto della Digital Silk Road, dorso tecnologico della Belt and Road Initiative, con cui il Dragone aspira a diventare una superpotenza tecnologica, proiettando la sua influenza a livello globale in modo meno invasivo rispetto al convenzionale approccio militare degli Usa. Una sorta di soft power digitale, passante per i submarine cable, che Washington sta tentando in ogni modo di scongiurare”.6
Il continuo e pluridecennale processo di costruzione di infrastrutture nel resto del mondo (linee ferroviarie, porti, autostrade, scuole e ospedali, pannelli solari, ecc.) costituisce un ennesimo punto di forza, fonte continua di soft power, creato via via da Pechino nel corso degli ultimi decenni.
Per limitarsi alla sola Africa, nel continente in via di esame Pechino detiene il primato indiscutibile degli investimenti nelle infrastrutture per un valore di oltre 150 miliardi di dollari dal 2000 al 2019, con una tendenza che si è andata rafforzando durante gli ultimi anni.
Persino un sito anticomunista ha ammesso che “lo strapotere della Cina in Africa è assoluto. Lo dimostrano i dati sul commercio bilaterale che ha raggiunto il suo massimo livello. Secondo l’Amministrazione generale delle dogane di Pechino, il commercio bilaterale totale tra il continente africano e la Cina nel 2021 ha raggiunto i 254,3 miliardi di dollari, in crescita del 35,3% su base annua. L’Africa ha esportato 105,9 miliardi di dollari di merci in Cina, un valore in crescita del 43,7% anno su anno.
La Cina, dunque, è rimasto il principale partner commerciale dell’Africa per 12 anni consecutivi. A ciò si aggiungono gli investimenti infrastrutturali. Le banche di sviluppo cinesi hanno prestato più del doppio rispetto a quelle di Stati Uniti, Germania, Giappone e Francia messe insieme. Se si considera il periodo 2007-2020, la China Exim bank e la China development bank hanno erogato finanziamenti per 23 miliardi di dollari, mentre tutte le principali istituzioni finanziarie per lo sviluppo messe insieme hanno erogato solo 9,1 miliardi di dollari.
Tra queste ci sono la Japan bank for international cooperation e Japan international cooperation agency, le tedesche KFW e DEG, la US internatioinal development finance corporation, la FMO olandese, la Banca di sviluppo dell’Africa meridionale e la francese Proparco. La stessa cosa vale per le banche multilaterali di sviluppo come la Banca mondiale. Questi istituti bancari hanno fornito una media di appena 1,4 miliardi di dollari all’anno per accordi su infrastrutture pubblico-private in Africa Subsahariana dal 2016 al 2020.
Pechino non ha concorrenti
La Cina non ha concorrenti e lo si è visto anche nella votazione di ieri all’Assemblea delle Nazioni unite dove si è votata la condanna dell’invasione russa in Ucraina. Se si guarda la cartina del mondo dove sono segnati con diversi colori chi ha votato a favore, chi contro e chi si è astenuto, si nota, in maniera plastica, che una parte dell’Africa ha votato come la Cina e l’India, cioè si è astenuta. Se a questi, 17, si somma l’Eritrea che ha votato contro e gli 8 che erano assenti, la somma fa 26, poco meno della metà delle 54 nazioni africane. Si può dire che lo sguardo del continente è sempre più rivolto a est e l’occidente rischia di diventare sempre più marginale.
È indubbio che la potenza economica di Pechino fa un po’ gola a tutti e che nessuno è in grado di competere sul piano economico, ma questo non basta per capire il «successo» cinese in Africa. Ci sono ragioni politiche: la Cina non è stata una potenza coloniale, e questo ha giovato, ma soprattutto ha applicato una politica di non ingerenza negli affari interni dei paesi nei quali ha investito”.7
Politica di non ingerenza negli affari interni dei paesi nei quali la Cina ha investito: una direttiva strategica di Pechino che il mondo occidentale, ivi compreso larga parte della sinistra antagonista, finge di ignorare.
Se l’imperialismo statunitense si è via via creato una colossale sfera di influenza, che ora vuole estendere anche al Venezuela, alla Groenlandia e alla martoriata Gaza (la spartizione del mondo tra le potenze imperialiste è il quinto tratto distintivo dell’imperialismo, come indicato correttamente da Lenin nel 1916), la Cina invece non possiede alcuna zona da lei controllata su tutto il pianeta.
Larga parte della sinistra occidentale finge altresì di dimenticare che USA e NATO possiedono circa 800 basi militari in giro per il mondo, contro una sola cinese; finge di non ricordare che dal 1980 gli Stati Uniti hanno invaso e/o bombardato numerose nazioni (Libia 1981 e 1986, isola di Grenada nel 1983, Panama 1989, ecc.) mentre la quota di Pechino in questo campo è pari a zero; che l’imperialismo statunitense dal 1960 e dal vergognoso blocco contro Cuba ha via via promosso tutta una serie di guerre commerciali, finanziarie e tecnologiche contro numerosi paesi ritenuti ostili, mentre la cifra di Pechino in questo settore specifico della politica internazionale risulta sempre equivalente a zero.
La Cina inoltre non ha mai minacciato un’altra nazione con sanzioni di alcun genere per aver firmato un accordo commerciale con un terzo paese, come ha invece fatto Trump contro il Canada nel gennaio 2026, perché quest’ultimo si era “permesso” di trattare amichevolmente con Pechino sui reciproci scambi commerciali.
La rete di spionaggio estesa a tutto il pianeta e denominata Echelon è principalmente in possesso di Washington, e in alcun modo non dalla Cina.
La differenza tra la pratica concreta delle due nazioni in oggetto risulta subito visibile, nelle modalità di interpretare i rapporti internazionali.
Mentre ad esempio l’Iran è colpito dal 1980 dalle sanzioni multilaterali degli Stati Uniti, a cui si sono accodati dal 2012 anche i loro vassalli europei, nel marzo del 2021 Pechino e Teheran hanno firmato un accordo commerciale venticinquennale e del valore di ben 400 miliardi di dollari; se poi il Venezuela è sottoposto senza sosta dal 2000 al feroce assedio politico, militare, economico e massmediatico di Washington, viceversa la Cina nell’ultimo decennio ha acquistato più di due terzi delle esportazioni di idrocarburi provenienti da Caracas.
Dimostrando inoltre, per l’ennesima volta con fatti concreti, l’opposizione cinese all’embargo statunitense contro Cuba, il 30 gennaio 2026 “è arrivato a Cuba il primo invio di aspirina 81mg prodotta in Cina mediante la cooperazione bilaterale”, annunciava Granma, organo ufficiale del partito comunista cubano; inoltre già ora a Cuba un quarto dell’energia elettrica del paese è fornita da parchi fotovoltaici, costruiti grazie alla collaborazione della Cina, mentre nel gennaio 2026 un piano di aiuti cinese ha donato all’isola caraibica 80 milioni di dollari e 60.000 tonnellate di riso.
Oltre alle innegabili capacità, strategiche e tattiche, dimostrate con la pratica concreta sull’arena internazionale dal partito comunista cinese, molti risultano essere i fattori di potenza materiali che danno alla Cina la funzione di centro di gravità della lotta antimperialista su scala globale. E anche nell’analisi del processo plurisecolare di transizione dal capitalismo al socialismo, dal colonialismo e dall’imperialismo a una “comunità globale dal futuro condiviso” (Xi Jinping), bisogna partire proprio dal presupposto fondamentale sia della politica statale che di quella internazionale, individuato dal materialista e dialettico Karl Marx già dall’autunno del 1843: quello secondo il quale “la forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse”.
Il genio di Marx riesce dunque ad illuminarci anche rispetto alla trasformazione dei fattori di forza spirituali in potenza materiale nell’arena statale e internazionale.
Stiamo parlando, e affronteremo questa importante tematica in un prossimo articolo di:
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teoria marxista, materialismo dialettico e storico utilizzato in modo non dogmatico;
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-livello di consenso del popolo cinese al governo e al partito comunista;
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grado di autocoscienza delle masse popolari cinesi sull’importanza della sovranità della loro plurimillenaria nazione;
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capacità direzionale, sia strategica che tattica, del partito comunista cinese in politica estera;
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la capacità attrattiva delle bellezze naturali, dell’arte passata e presente, del cinema e della musica cinesi fra le popolazioni estere.
La koinè e la comunità politico-culturale che condivide l’amicizia per la Cina e il simultaneo rifiuto delle forze separatiste di Taiwan, gli ideali progressisti e la lotta per un mondo pacifico e multipolare: ad esempio partiti comunisti al governo come quelli sudafricano e brasiliano , altri all’ opposizione ma influenti come quelli della Russia, dell’ India e del Giappone, oltre alla miriade di gruppi ideologici e culturali che stanno dalla parte della Cina Popolare in ogni parte del globo.
1 ” La Cina leader nella ricerca nel 90% di tecnologie cruciali: è un cambiamento radicale in questo secolo” dicembre 2025, in lescienze.it.
2 P. Escobar, “Ecco i paesi BRICS potrebbero dare una scossa strutturale al sistema del dollaro USA”, 15 gennaio 2026, in lantidiplomatico.it; G. Chinappi,” Verso il quindicesimo piano quinquennale 2026-30: la Cina prepara la modernizzazione ad alta qualità”, 13 novembre 2025, in marx21.it.
3 F. Lugane, “La Cina schiera il DF-27: l’incubo ipersonico che mette nel mirino le Haway e la US Navy”, 5 gennaio 2026, in scenarieconomici.it
4 ” Venezuela. La risposta cinese”, 15 gennaio 2026, sinistrainrete.info; P. Escobar, ” L’impero del caos e del saccheggio nel panico di essere espulso dall’Eurasia”, 25 gennaio 2026, in lantidiplomatico.it
5 http://www.italian.people.cn/n3/2026/0109/c416713-20412363.html
6 R. Rosano, “Digital Silk Road: come la Cina aspira a diventare una superpotenza tecnologica” ,9 marzo 2024, in micromega.net
7 A. Ferrari, “Lo strapotere della Cina in Africa”, 30 marzo 2022, in settimananews.it
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