GLI ERRORI DI SCREPANTI SULLA CINA

Mag 12, 2026 | articolo

Segnaliamo e diffondiamo questo ottimo articolo ricco di dati pubblicato dai compagni Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli sul sito Mondorosso.wordpress.com e sui canali social de La Cina Rossa. Ci siamo permessi di modificare il titolo per chiarire meglio fin da subito al lettore il senso del pezzo.

Ernesto Screpanti e la Cina contemporanea (parte prima)

di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Per comprendere la natura e la dinamica socioproduttiva di qualunque formazione economico-sociale, bisogna innanzitutto inquadrare i rapporti sociali di produzione esistenti al suo interno, ossia le forme di possesso e proprietà principali/secondarie rispetto agli oggetti del lavoro sociale complessivo, oltre alle relazioni sociali principali/secondarie che riguardano i mezzi di produzione e di trasporto, le strutture di distribuzione dei mezzi di consumo e il sistema creditizio[1].

Per quanto riguarda poi i rapporti sociali di distribuzione, collegati strettamente e dipendenti principalmente dalle relazioni di produzione[2], il primo criterio da adottare riguarda ovviamente la suddivisione, sia concreta che in termini relativi, del reddito totale e delle forze produttive materiali fra le diverse classi e frazioni di classe, citate brevemente da Marx nelle pagine finali del suo capolavoro incompiuto (un’ottima definizione di classe è stata comunque fornita da Lenin, nel 1919 e nel suo scritto La grande iniziativa).
Il secondo parametro tiene conto invece dei livelli di tassazione (imposte dirette e indirette) che ricadono sui diversi strati della popolazione; un altro metodo interessa altresì la dinamica rispetto al passato del grado di appropriazione (reale e relativo) del prodotto sociale globale da parte dei diversi gruppi sociali[3].

In un suo articolo intitolato Sul modello economico e sociale cinese, l’economista Ernesto Screpanti ha valutato la natura socioproduttiva della Cina contemporanea definendo quest’ultima come un “capitalismo misto”, senza tuttavia considerare, o sottovalutando pesantemente, tutta una serie di indiscutibili elementi di fatto e informazioni, che portano a conclusioni teoriche e concrete molto differenti dalle sue.

Partendo dalla base indispensabile del processo di produzione, e cioè la terra, molti economisti occidentali non informano i loro lettori sul fenomeno indiscutibile per cui in Cina, da molti decenni e senza soluzione di continuità, vige la proprietà statale (di tipo collettivo nelle campagne, invece) del suolo e del sottosuolo, forniti in usufrutto a precise condizioni dal Governo e dalle autorità locali rurali: il tutto con una plateale differenza rispetto alle nazioni a reale capitalismo monopolistico di stato, partendo dal Giappone per arrivare agli Stati Uniti e passando per l’Unione Europea[4].

Rispetto poi all’acqua e al suo processo complessivo di gestione, l’autore del saggio in via di esame non ha almeno esposto il concretissimo fenomeno, di notevole importanza sia ecologica che produttiva, per cui dal gennaio 2021 il Governo e il Partito Comunista Cinese hanno imposto un divieto totale e decennale di pesca al fine di difendere la biodiversità all’interno delle aree chiave del bacino del Fiume Azzurro nella parte meridionale del paese, in quella che si è rivelata una delle più grandi operazioni di conservazione ecologica su scala planetaria[5].

Per quanto riguarda sia le fonti energetiche che le preziose terre rare, esse vengono estratte e raffinate sul suolo cinese solo da parte di grandi imprese pubbliche, sotto lo stretto controllo dell’apparato statale; un ragionamento analogo va effettuato anche per le risorse di idrocarburi del gigantesco paese asiatico, quasi tutte in mano a potenti aziende di matrice statale[6].

L’egemonia del settore pubblico negli altri rami del processo di produzione di materie prime non risulta invece completa o quasi totale, ma in ogni caso si rivela molto spesso notevole, a partire dall’estrazione di oro e metalli preziosi, ferro, bauxite e così via. Molti studiosi occidentali hanno inoltre commesso la non piccola “dimenticanza” di non citare mai i due milioni di cooperative di produzione agricola registrate ufficialmente nel 2024 in Cina: strutture organizzative con molte decine di milioni di soci e di lavoratrici/lavoratori che operano al loro interno, fra l’altro tutelati da una serie di associazioni di carattere nazionale[7].

Passando ora al processo di analisi del settore commerciale nel gigantesco paese asiatico, quasi tutti i ricercatori occidentali scordano la formidabile presenza e azione concreta delle cooperative di consumo cinesi. Esse coprono e operano in circa il 95% delle città e dei villaggi rurali, con un giro di vendite annuali che nel 2024 aveva quasi raggiunto quota seimila miliardi di dollari: per intenderci, l’equivalente di più di due volte e mezzo l’intero prodotto interno lordo dell’Italia nello stesso anno di riferimento. Screpanti, inoltre, dubita sui dati ufficiali forniti dalle autorità cinesi rispetto al peso specifico e alla rilevanza delle imprese totalmente/prevalentemente di proprietà pubblica (di matrice statale, municipale o cooperativa) che operano nel paese, ritenendo tali informazioni sovrastimate.

Per evitare qualsiasi dubbio su questo tema decisivo basta tuttavia leggere l’insospettabile rivista statunitense Fortune, anticomunista e anticinese, e la sua classifica annuale rispetto alle principali 500 imprese che operano su scala mondiale. Leggendo l’elenco di Fortune, si scopre subito come all’interno della classifica pubblicata dalla rivista nel 2025 ben 124 imprese su 500 fossero cinesi (esclusa Taiwan) e che di tali 124 giganti produttivi ben 83 risultavano prevalentemente di proprietà pubblica, statale o municipalizzata. 83 colossi su 124: un dato indiscutibile e che dovrebbe far subito riflettere qualunque sostenitore delle tesi sulla Cina attuale da valutarsi come un capitalismo di stato, oppure in qualità di un asiatico “capitalismo misto”.

Per offrire un facile termine di confronto, le sei imprese dell’isola cinese di Taiwan che facevano parte della lista di Fortune del 2025 risultavano tutte di proprietà di azionisti privati, grandi o piccoli, come vuole del resto il mantra capitalista da molti secoli. Per disporre di ulteriori elementi di confronto, già nel 2021 la classifica Fortune Global 500 riportava che nella lista erano presenti 75 imprese cinesi prevalentemente pubbliche fra le principali aziende mondiali; inoltre, nella lista Fortune del 2025 erano in classifica solo due aziende pubbliche a stelle e strisce, ossia le società Fannie Mae e Freddie Mac[8].

Fornendo altri esempi concreti, l’azienda pubblica cinese State Grid era collocata al terzo posto nella classifica Fortune. State Grid impiegava, nel 2024, 1,3 milioni di lavoratori secondo le stime più prudenti, mentre il suo fatturato nello stesso anno aveva raggiunto la soglia di 548,4 miliardi di dollari, circa un quarto dell’intero prodotto interno lordo dell’Italia in quello stesso anno.

State Grid, ma anche China National Petroleum e Sinopec Group. Queste due aziende statali, sempre secondo l’insospettabile classifica Fortune, impiegano assieme più di 1.400.000 lavoratori e hanno congiuntamente un fatturato equivalente a 856 miliardi di dollari. Sommando i 856 miliardi di dollari ai 548 di State Grid, si raggiunge la cifra di 1.404 miliardi di dollari, ossia più della metà del PIL italiano del 2024.

Inoltre, in base a uno studio pubblicato anche dal Centro Stanford sull’economia e le istituzioni della Cina, ancora nel 2017 in Cina operavano ben 363.000 aziende di totale proprietà statale, assieme ad altre 539.238 imprese con una proprietà pubblica al loro interno almeno equivalente alla metà, spesso sotto il controllo delle autorità politiche locali delle diverse città e province[9].

Ma non solo. La società Huawei, collocata all’83º posto nella lista globale di Fortune per il 2025, viene considerata generalmente come un’azienda capitalista: ma la verità è diversa.
Il fondatore della società, Ren Zhengfei possiede realmente una quota dell’1,01% del pacchetto azionario (che non è quotato in borsa) e il diritto di veto sulle decisioni dell’azienda. Ma la struttura proprietaria dell’azienda per il 98,99% del totale è controllata da un sindacato che rappresenta solamente i dipendenti e i pensionati della Huawei, con titoli che non possono essere acquisiti da entità esterne ai lavoratori-soci dell’impresa in esame. Siamo dunque in presenza di una particolare cooperativa con il simultaneo ruolo di guida carismatica esercitato da Ren Zhengfei: ma Huawei non costituisce certamente un’azienda capitalista[10].

Stiamo quindi analizzando più di novecentomila unità produttive a prevalente proprietà statale. Se ora combiniamo il giro di affari e il fatturato globale per il 2025 delle imprese prevalentemente pubbliche della Cina; se quindi a State Grid, Sinopec e China National Petroleum aggiungiamo gli altri 80 giganti economici della lista Fortune e le centinaia di migliaia di medie e piccole imprese pubbliche, si ottiene per il 2025 una cifra di 12.180 miliardi di dollari come loro fatturato globale, ossia 60% del prodotto interno lordo cinese dello scorso anno[11].

Il ruolo dominante del settore pubblico cinese non si manifesta del resto solo sul piano quantitativo, ma anche su quello istituzionale e organizzativo. Le grandi imprese pubbliche centrali non operano infatti come soggetti dispersi e reciprocamente indipendenti, ma risultano coordinate e supervisionate dalla Commissione per la supervisione e l’amministrazione del patrimonio statale del Consiglio di Stato (SASAC), la quale nel 2026 controllava direttamente 96 grandi imprese statali centrali. Allo stesso tempo, secondo i dati ufficiali diffusi dalla stessa SASAC, gli attivi complessivi delle imprese statali centrali avevano superato nel 2024 la soglia dei 90.000 miliardi di yuan, confermando ancora una volta il carattere strutturale, e non episodico o residuale, dell’egemonia pubblica nella formazione economico-sociale cinese[12].

Inoltre, una parte rilevante del plusprodotto generato dal settore pubblico cinese non viene affatto privatizzata, ma rifluisce direttamente nei bilanci pubblici dello Stato. In base al rapporto di bilancio presentato nel 2026, le entrate nazionali derivanti dalle operazioni sul capitale statale sono cresciute nel 2025 del 25,8%, fino a raggiungere 854,695 miliardi di yuan; soprattutto, 240 miliardi di yuan del bilancio centrale del capitale statale e altri 334,121 miliardi dei bilanci locali del capitale statale sono stati trasferiti ai rispettivi bilanci pubblici generali. Anche da questo punto di vista emerge dunque una differenza qualitativa rispetto al capitalismo occidentale, nel quale il surplus prodotto dai grandi gruppi economici tende invece a essere appropriato in via prevalente da interessi privati[13].

Non risulta pertanto casuale che George Magnus, ex capo economista della banca svizzera UBS, sia stato costretto a riconoscere che “le imprese statali non sono solo un elemento di arredo, sotto Xi Jinping” (dal 2012); “non c’è dubbio che siano state deliberatamente messe in primo piano dal Governo”[14].

Del resto, aveva perfettamente ragione il grande economista Giovanni Arrighi quando sostenne, all’inizio del terzo millennio, che la Cina non costituiva un paese capitalista anche perché lo stato cinese non era in alcun modo asservito agli interessi economici dei privati e non operava certo al fine di arricchire la borghesia in terra cinese[15]

Anche all’interno del centrale e strategico settore finanziario, la Cina è contraddistinta, senza soluzione di continuità, dall’egemonia quasi totale delle banche statali, le “Big Four”, e cioè Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China, China Construction Bank e Bank of China. Tre degli istituti bancari sopracitati risultano primi al mondo riguardo ai beni e crediti in loro possesso: l’istituto finanziario Industrial and Commercial Bank of China, nel 2025, ha da solo superato i 4.800 miliardi di dollari in termini di asset, cifra che equivale a circa la metà del prodotto interno lordo italiano dello stesso anno[16].

Anche se il suo peso specifico risulta molto inferiore a quello bancario, nelle metropoli imperialistiche il settore assicurativo si rivela in ogni caso consistente. Ad esempio, negli Stati Uniti il totale della penetrazione assicurativa (di carattere non sanitario) per premi lordi onerosi si era attestato al 7,4% del prodotto interno lordo americano nel corso del 2024, con una tendenza in crescita. Ma, se nel capitalismo di stato Made in Usa gran parte delle società assicurative non sanitarie sono dominate dai privati e da strutture azionarie capitaliste, in Cina, invece, le principali compagnie di assicurazioni non sanitarie, come quelle per danni, auto, vita e investimenti risultano prevalentemente di proprietà statale, come nel caso della People’s Insurance Company of China[17].

Troppi analisti occidentali fingono inoltre di ignorare che in Cina, anche dopo il 1976, è continuato il processo di pianificazione economica, il quale incide in modo sensibile sulla dinamica e sulle priorità dell’intero processo produttivo cinese: non a caso, all’inizio del 2026 è stato approvato il XV Piano quinquennale, di grande rilevanza.
Uno degli scopi centrali del piano in oggetto è costituito dal progetto concreto di stimolazione della domanda interna introducendo ampi sussidi per la sostituzione di elettrodomestici, mobili e veicoli, migliorando il settore dei servizi destinati agli anziani e alla sanità e innalzando il reddito del mondo rurale e dei ceti con guadagni medio-bassi[18].

Nel campo della programmazione, si può inoltre ricordare la pianificazione demografica con la legge del figlio unico (solo nelle città e per il figlio maschio nato in campagna, escludendo le minoranze etniche), introdotta in Cina dal 1979 al 2013: e tra gli economisti occidentali è altresì ampiamente conosciuto il piano Made in China 2025, messo in funzione con successo a partire dal 2015 dal nucleo dirigente guidato da Xi Jinping per favorire lo sviluppo accelerato del gigantesco paese asiatico in tutti i settori ad alta tecnologia[19].

Un altro tassello significativo per ricostruire la reale natura socioproduttiva della Cina contemporanea riguarda le infrastrutture, le “condizioni materiali della produzione”, secondo il corretto giudizio di Marx[20]. In qualità di esperto economista, Screpanti sa molto bene che negli ultimi decenni ferrovie e/o autostrade sono state privatizzate in importanti paesi quali Australia, Argentina, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna, mentre negli USA prevale il settore privato del trasporto merci su rotaie e opera altresì una gestione mista tra pubblico e privato per le strade; invece in Cina le infrastrutture sopracitate rimangono di proprietà pubblica, a partire dai circa 200.000 chilometri di autostrade e gallerie costruite nel paese asiatico durante gli ultimi decenni[21].

Un discorso analogo vale per il sistema ferroviario, altro snodo decisivo delle infrastrutture moderne e delle condizioni materiali della produzione. La China State Railway Group Co., Ltd. è infatti una impresa integralmente statale sottoposta alla gestione del governo centrale, e proprio sotto questa direzione pubblica la rete ferroviaria cinese ha raggiunto nel 2025 i 165.000 chilometri complessivi, di cui oltre 50.000 di linee ad alta velocità: la più grande rete ferroviaria veloce del pianeta. Anche in questo settore strategico, pertanto, lo sviluppo delle forze produttive non è stato affidato al capitale privato, ma alla proprietà pubblica e alla pianificazione di lungo periodo[22].

A loro volta, le fibre ottiche hanno raggiunto nel 2025 in terra cinese una lunghezza totale di linee equivalente a centinaia di milioni di chilometri, installate quasi totalmente da grandi imprese di proprietà statale: del resto, anche la rete nazionale delle stazioni base con tecnologia 5G è di proprietà pubblica[23].

Viceversa, in Italia è ancora conosciuta la squallida vicenda del processo di privatizzazione di Telecom nel 1997-98, mentre è meno noto che negli Stati Uniti, dominati dal mantra del reale capitalismo di stato, e cioè privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite, il settore strategico delle telecomunicazioni è contraddistinto dall’egemonia di aziende (ATT, Verizon, T-Mobile, ecc.) di proprietà privata e di matrice capitalista[24].

Infine, la Cina ha costruito negli ultimi decenni la più grande rete idrica – di proprietà pubblica – su scala planetaria. Di essa stanno beneficiando per la prima volta nelle campagne quasi 500 milioni di persone, con nuovi sistemi di approvvigionamento e una copertura dell’acqua potabile che ha raggiunto nelle aree rurali la quota del 96%. Parallelamente, il paese asiatico ha edificato, soprattutto dopo il 1976, ben 95.000 dighe e bacini idrici, con una capacità totale superiore ai mille miliardi di metri cubi e stabilendo l’attuale record mondiale[25].

A questo punto, esaminiamo il particolare fronte della moneta e della finanza digitale.
Oltre al continuo controllo statale del tasso di cambio della moneta nazionale (renminbi) con le altre valute, dinamica di regolazione sconosciuta a gran parte delle nazioni, nel febbraio del 2026 la Cina ha proibito la legalità sia dell’emissione non statale di bitcoin/stablecoin sullo yuan che di patrimoni tokenizzati: ossia beni fissi (immobili, ecc.) o finanziari (azioni, obbligazioni) che sono stati convertiti in unità di valore crittografiche, registrate su un elenco digitalizzato[26].

In contrasto con le decisioni prese da Pechino negli ultimi anni, il mercato delle criptovalute viene considerato legale in tutto il mondo occidentale, anche se sottoposto ad alcune regolamentazioni[27].

Rispetto alla caratteristica fondamentale e all’essenza delle criptovalute, l’economista M. Roberts ha notato lucidamente che “l’ascesa dei bitcoin e di altre criptovalute è un esempio estremo dell’aumento di quello che Marx una volta definì ‘capitale fittizio’, ovvero capitale investito non in beni produttivi e lavoro che creano nuovo valore, ma in azioni, quote e obbligazioni che non sono beni reali, ma semplicemente titoli di partecipazione al presunto profitto derivante da tali beni. Nel caso delle criptovalute, la situazione è ancora più irreale. Sono bit digitali che presumibilmente rappresentano denaro, utilizzabile per acquistare beni o servizi, ovvero per ottenere valore. Ma i bitcoin non possono essere utilizzati per acquistare e vendere beni”[28].

Le profonde diversità della Cina con il reale capitalismo di stato, Stati Uniti in testa, contraddistinto dalla privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite, emergono anche nel settore abitativo. Negli ultimi cinque anni è infatti continuata in Cina la tradizionale politica governativa a favore dell’edilizia popolare, ivi compreso il processo di ristrutturazione degli edifici fatiscenti. I dati forniti rispetto al XIV Piano quinquennale (2021- 2025) sono impressionanti e riguardano concretamente molte decine di milioni di persone.
Secondo i dati del Ministero cinese dell’Edilizia abitativa e dello Sviluppo urbano-rurale, infatti, “nel corso del XIV Piano quinquennale, sono stati riqualificati oltre 240.000 complessi residenziali urbani datati, a beneficio di più di 40 milioni di famiglie, pari a circa 110 milioni di persone”[29].

Non va dimenticato, inoltre, il settore della produzione di armamenti e delle forze armate cinesi, che incidono su circa il 2% del PIL del paese. Oltre alla totale assenza di società di contractor private, va sottolineato come tutte le aziende cinesi impegnate nel processo di produzione di armi siano saldamente di proprietà statale, a differenza di quello che avviene in quasi tutte le nazioni occidentali. La classifica redatta nel 2024 dalla rivista Defence News ha mostrato come multinazionali quali Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, General Dynamics e Boeing dominassero la classifica mondiale in oggetto; allo stesso tempo, l’eccezione cinese in questo campo era costituita dalla società Aviation Industry Corporation of China (Avic): seconda azienda al mondo nel settore degli armamenti, l’Avic risulta senza dubbio anche una società statale e di proprietà pubblica[30].

Un altro importante settore strategico che conferma il ruolo dirigente della proprietà pubblica nella Cina contemporanea è quello della fissione nucleare civile. In questo ambito opera, infatti, la China National Nuclear Corporation (CNNC), impresa statale a gestione centrale approvata dal Consiglio di Stato e protagonista dell’intera filiera nucleare nazionale, dallo sviluppo dell’energia atomica alla costruzione ingegneristica. Non a caso, anche secondo la World Nuclear Association, CNNC figura tra i principali operatori nucleari del paese, a riprova del fatto che un comparto tanto delicato sul piano energetico, scientifico e strategico rimane saldamente nelle mani dello Stato[31].

Anche sul terreno, ancora più avanzato, della fusione nucleare, il primato statale risulta evidente. Un istituto controllato dalla CNNC, il Southwestern Institute of Physics, ha annunciato nel marzo 2025 nuovi progressi nella ricerca sulla fusione, con il reattore sperimentale HL-3 capace di raggiungere temperature del nucleo atomico di 117 milioni di gradi Celsius e temperature elettroniche di 160 milioni di gradi, facendo entrare la ricerca cinese nella fase degli esperimenti di combustione. Anche in questo caso, dunque, la frontiera più alta dell’innovazione energetica non è affidata al capitale privato, ma resta collocata dentro il perimetro della grande impresa pubblica e della programmazione strategica statale[32].

Come ulteriore verifica concreta del carattere prevalentemente socialista della Cina contemporanea si può altresì evidenziare come, a differenza della Cina del 1977- 2025, tutte le nazioni capitalistiche siano via via entrate in cicliche fasi recessive, dal 1825 ai nostri giorni. Dopo un periodo di ripresa e un altro immediatamente successivo di piena espansione, il ciclo economico bisecolare di matrice capitalista ha vissuto carsicamente anche dei periodi di contrazione più o meno sensibile del processo produttivo, partendo dal caso britannico ed europeo dell’1825 fino alle crisi più recenti[33].

Invece il minor tasso di crescita (ma mai di decrescita) del prodotto interno lordo cinese dopo il 1975 è stato equivalente nel 2020 al 2,3%, saggio di aumento che ha scontato pesantemente gli effetti in quell’anno della pandemia di Covid-19[34].

Ora, se la Cina fosse realmente un “capitalismo di tipo misto”, come sostiene Screpanti, per quale motivo tale nazione non ha sofferto delle inevitabili crisi cicliche del capitalismo, causate principalmente dalla sovrapproduzione di capitali e merci rispetto alla domanda solvibile, e cioè in grado di pagare beni e servizi? L’unica risposta è che la Cina attuale non rappresenti un “capitalismo misto” o un “capitalismo di stato”, ma che viceversa i rapporti sociali di produzione egemoni al suo interno risultino di natura collettivistica (nelle loro varianti di tipo cooperativo, statale o municipalizzato) con un ampio grado di pianificazione.

Penultimo criterio di verifica delle nostre tesi: all’inizio del 2025, venivano pubblicati in Cina oltre 2.000 giornali, di carattere nazionale o locale, e più di 8.000 riviste, mentre simultaneamente trasmettevano i loro programmi 282 stazioni radio e 374 reti televisive, spesso molto diverse tra loro[35]. Nessuno di questi mass media è di proprietà privata, del Murdoch straniero di turno o di una famiglia Berlusconi in salsa cinese, mentre – con la parziale eccezione di Phoenix TV – tutti gli organi di informazione sono controllati dal Governo e dalle autorità locali cinesi.

Ultimo parametro di controllo: persino B. Milanović, che valuta la Cina come un capitalismo di stato, ha ammesso che nel gigantesco paese asiatico gli agricoltori sono “principalmente lavoratori autonomi inquadrati in quella che la terminologia marxista chiama ‘semplice produzione di merci’”. Non è quindi casuale che gli studi di A. Gabriele abbiano dimostrato come, ancora nel 2018, solo poco più di un quarto del totale della popolazione attiva cinese lavorasse all’interno di imprese capitaliste, mentre la grande maggioranza di essa era invece costituita da lavoratori autonomi o da persone impiegate in organizzazioni non capitalistiche[36].

Formuliamo a questo punto una parziale sintesi. La Cina attuale vede l’egemonia incontrastata di rapporti sociali di produzione di matrice pubblica, nelle loro varianti statali cooperative o municipalizzate. Oltre a tale principale segmento produttivo, la complessa formazione economico-sociale cinese è composta da altri quattro settori che coesistono con il primo, e cioè con:

il lavoro autonomo, sia nei campi (aziende agricole di tipo familiare) che nelle zone urbane (piccoli negozianti, tecnici indipendenti, ecc.);

il segmento del capitalismo privato autoctono, con imprese possedute principalmente da azionisti cinesi;

la sfera delle multinazionali estere;

il subordinato ed esiguo settore del capitalismo di stato, inteso come collaborazione diretta tra apparati governativi e società principalmente hi-tech del gigantesco paese orientale (Tencent, Baidu, ecc.), il cui ruolo nella Cina contemporanea risulta in ogni caso nettamente minoritario e non egemone rispetto ai rapporti sociali di produzione di matrice pubblica.

Il processo di analisi dei rapporti sociali di distribuzione esistenti all’interno della Cina contemporanea verrà effettuato nella seconda parte di quest’articolo. Ma vogliamo subito sottolineare un primo elemento concreto, e cioè l’enorme aumento del potere d’acquisto reale, al netto dell’inflazione, degli operai cinesi nel corso degli ultimi decenni. Nel 2017, persino l’insospettabile istituto Euromonitor International aveva attestato come, tra il 2005 e il 2016, i salari operai cinesi fossero triplicati, in presenza di un basso tasso medio di inflazione nel corso degli undici anni presi in esame[37]. Proprio come è successo nel mondo occidentale e nell’Italia di quegli anni, vero?

Secondo “fatto testardo”, per dirla con Lenin: alla fine del 2005, il Governo e il Partito Comunista Cinese hanno abolito totalmente la tassa agricola, spesso definita come la “tassa sui cereali”, la quale gravava sulle masse contadine cinesi da circa 2.500 anni e senza alcuna soluzione di continuità. 

Se dunque si abbandonano gli schemi astratti e si analizzano concretamente i rapporti di produzione realmente esistenti, emerge con sufficiente chiarezza come la Cina contemporanea non possa essere ridotta né alla formula del “capitalismo misto” né a quella del “capitalismo di stato” in senso proprio. L’egemonia della proprietà pubblica nei settori strategici, il ruolo dirigente della pianificazione, il controllo statale del credito, delle infrastrutture, dell’energia, della moneta e dei grandi processi di accumulazione mostrano invece una formazione economico-sociale complessa, certo attraversata da contraddizioni e dalla presenza di segmenti capitalistici, ma nella quale il nucleo decisivo resta ancora saldamente ancorato a rapporti sociali di matrice collettivistica. Sarà allora la verifica dei rapporti di distribuzione, nella seconda parte di questo lavoro, a offrire un’ulteriore conferma concreta del fatto che la specificità cinese non può essere compresa con le lenti deformanti dell’economicismo occidentale, ma solo attraverso un’analisi storica e materialistica capace di coglierne la reale natura e il movimento effettivo.


[1] K. Marx, Il Capitale, libro primo, cap. 5, paragrafo 1.

[2] K. Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica, 1859.

[3] K. Marx, Il Capitale, libro terzo, cap. 52; V. I. Lenin, La grande iniziativa, 28 giugno 1919; T. Piketty, Il capitalismo nel XXI secolo, ed. Bompiani.

[4] Lau Kin Chi e Sit Tsui, “Comunal governance and production in rural China today”, luglio 2025, in monthlyreview.org; D. Martinotti, “Terra pubblica: come è stata il segreto della crescita cinese”, 3 febbraio 2026, in ottolinatv.it.

[5] L. Brenna, “Cina, vietata la pesca nel fiume Azzurro per proteggere la biodiversità”, 3 gennaio 2020, in lifegate.it.

[6] F. Fabbri, “La politica industriale cinese nel settore delle terre rare”, 9 dicembre 2025, in geopolitica.it; “Analisi delle dimensioni e della quota del mercato cinese di petrolio e gas”, 16 gennaio 2026, in mondorintelligence.org.

[7] J. Nardi, “Cina, ritorno al futuro”, 4 maggio 2016, in altraeconomia.it.

[8] T. Huang e N. Veron, “China’s top ranked corporations are not as opaque as they may seem”, 27 settembre 2022, in bruegel.org.

[9] “Reassessing the role of State Ownership in China’s economy”, in sccei.fsi.stanford.edu.

[10] C. Rosen, “Huawei’s phantom plan provides real ownership for 90.000 employees”, 23 ottobre 2020, in nceo.org.

[11] ” China’s SOEs register 0.5 pct revenue growth in 2025″, 31 gennaio 2025, in en.people.com.

[12] “Directory Names”, in en.sasac.gov.cn; “Profits of China’s Central SOEs Reach 2.6 Trln Yuan in 2024”, 20 gennaio 2025, in en.sasac.gov.cn.

[13] “Report on China’s central and local budgets”, in english.www.gov.cn; “2026 MOF Report on Budgets_Submitted Version”, 5 marzo 2026, in npcobserver.com.

[14] Shi Weijun, “China’s SOE rise: embracing new challenges”, 26 ottobre 2024, in ckgsb.edu.cn.

[15] G. Arrighi, Adam Smith a Pechino: genealogie del ventunesimo secolo, ed. Mimesis.

[16] “La banca cinese ICBC, la più grande al mondo, registra un aumento degli utili nel primo semestre del 4,9%”, 30 agosto 2022, in marketscreener.com.

[17] “Le assicurazioni in Cina sono in rapida evoluzione per la spinta dei cambiamenti sociali e tecnologici”, 25 ottobre 2024, in sanpaolinosvoice2com.wordpress.com.

[18] Zhou Shucheng, “La responsabilità globale della Cina del XV Piano quinquennale in un mondo in subbuglio”, 6 dicembre 2025, in sinistrainrete.info.

[19] “Made in China 2025, il piano di Pechino per diventare una potenza hi-tech”, 15 giugno 2018, in wired.it.

[20] K. Marx, “Il Capitale”, libro primo, cap. 13, Editori Riuniti.

[21] “Cina, galleria autostradale più lunga del mondo in funzione entro fine anno”, 19 dicembre 2025, in italpress.com.

[22] “Profile”, in wap.china-railway.com.cn; “China’s railway passenger trips exceed 4.5 billion in 2025”, 8 gennaio 2026, in english.www.gov.cn; “China Focus: China’s high-speed rail mileage tops 50000 km”, 26 dicembre 2025, in english.news.cn.

[23] “I 10 principali produttori di fibre ottiche in Cina nel 2025”, 29 ottobre 2025, in it.fcjcables.com.

[24] D. Harvey, “La guerra perpetua, analisi del nuovo imperialismo”, ed. Il Saggiatore.

[25] “Cina, superpotenza dell’acqua potabile: la rete idrica più grande del mondo”, 23 marzo 2026, in lantidiplomatico.it.

[26] V. Quill, “La Cina vieta l’emissione di stablecoin e RWA da parte di società straniere e nazionali”, 7 febbraio 2026, in cointelegraph.it.

[27] “Paesi in cui il bitcoin è un metodo di pagamento legale”, 30 settembre 2025, in b2binpay.com.

[28] M. Del Corno, “L’economista Roberts: ‘Il capitalismo non si salverà con l’aumento della spesa in armi e la speculazione in bitcoin’”, 4 luglio 2025, in ilfattoquotidiano.it.

[29] “Cina: notevoli progressi nello sviluppo di alta qualità dell’edilizia urbana e rurale”, 15 ottobre 2025, in italian.cri.cn.

[30] C. Rossi, “Non solo Lockheed Martin e Raytheon, ecco come spuntano anche le aziende cinesi della difesa”, 8 agosto 2024, in startmag.it.

[31] “CNNC Introduction”, in en.cnnc.com.cn; “Nuclear Power in China”, in world-nuclear.org.

[32] “China’s ‘artificial sun’ achieves dual breakthroughs”, 31 marzo 2025, in en.cnnc.com.cn.

[33] L. Tacconi, “Mercati emergenti, cosa ci insegna la storia: la bolla del 1825”, 15 luglio 2022, in borsaefinanza.it.

[34] R. Fatiguso, “Cina, nel 2020 PIL in crescita del 2,3% grazie al boom dell’ultimo trimestre”, 18 gennaio 2021, in ilsole24ore.it.

[35] Fan Xiangtao, “Lo sviluppo e la diversità dei massmedia in Cina”, 14 marzo 2025, in insight.made-in-china.com.

[36] A. Gabriele e E.M.K. Jabbour, “La Cina non è capitalista”, 5 maggio 2020, in lafionda.org.

[37] “I salari cinesi stanno superando quelli europei”, 16 ottobre 2018, in marx21.it.

STORIA DEL COMUNISMO

Storia del Comunismo. Le lotte di classe nell’era del socialismo (1917-2017).
Un secolo di storia contemporanea riletto in 4 tomi con la metodologia del materialismo storico. A cura di Alessandro Pascale, storico e insegnante.

STORIA DEL SOCIALISMO E DELLA LOTTA DI CLASSE

A partire dai materiali di “In Difesa del Socialismo Reale”, nasce una nuova collana, pubblicata in 10 volumi da La Città del Sole.

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IL TOTALITARISMO “LIBERALE”. LE TECNICHE IMPERIALISTE PER L'EGEMONIA CULTURALE

Il primo volume della collana “Storia del Socialismo e della Lotta di Classe”. Uscito nelle librerie nel gennaio 2019 al costo di 25 euro; Per info sull’opera e sull’acquisto clicca qui.